Steve Workers

Think different: billionaires are not on your side.
Stay foolish: fight capitalism.
Stay hungry: eat the rich.
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Dal 5 luglio al 5 agosto 2012 i nostri contributi grafici al progetto #SteveWorkers sono in mostra pressoBotteGas Milano. Le 7 stampe sono in vendita alla bottega/caffetteria in edizione a tiratura limitata (99 copie numerate) a 15 euro l’una. Al netto dei costi di stampa, l’intero ricavato sarà devoluto alla raccolta fondi Heart Quake curata dalla rivista modenese MUMBLE: in solidarietà alle popolazioni emiliane colpite dai terremoti dello scorso maggio.

Chi non potesse visitare la mostra a Milano ma fosse interessato a ricevere una stampa può scriverci awearemuesli@gmail.com specificando i(l) soggetto/i scelto/i.
Occhio: l’ordine online ammonta a 20 euro a stampa, per consentirci di coprire spese di commissione (circa 1€), imballaggio (circa 2€) e spedizione (altrettanti) senza intaccare troppo la quota pro-Emilia.

Grazie e #StayAngry.

wearemuesli:

Dal 5 luglio al 5 agosto i poster di Steve Workers sono in mostra alla BotteGas di Milano, via Colletta 31 (angolo via Friuli).

Il ricavato della vendita delle edizioni limitate dei poster sarà interamente devoluto alle popolazioni dell’Emilia.

Inaugurazione: giovedì 5 luglio dalle 18.30.

“Era l’inizio di qualcosa.

Non ricordo nessuno che credesse il
contrario. Eravamo convinti che a
Genova, nel 2001, sarebbe nato qualcosa.
Nessuno poteva immaginare che invece
era la fine di un percorso. Almeno fino
a qualche mese prima…”

Apre youtube, digita: “subcomandante senza passamontagna”.

“Lo vedi questo? - dice – E’ un vecchio “spot” degli zapatisti, un po’ rappresenta la mentalità che si aveva a quei tempi.
Il passamontagna non lo usavano per nascondersi, ma in opposizione all’individualismo, per rappresentare il loro essere comunità.
A un sistema che proponeva l’uomo forte, rispondevano con una collettività. Dietro il passamontagna di ciascuno c’erano tutti. Era così che vedevamo gli zapatisti. Se ci influenzò dici? Certo che ci influenzò, e manco poco.”

Tossisce, poi: “La tuta bianca era il nostro passamontagna. Eravamo la moltitudine, anzi, le moltitudini dicevamo allora, che si manifestavano.”


Con dita frenetiche batte sulla tastiera: mostra un sito, un video, una registrazione audio.


Apre una pagina, poi attacca: “Già negli anni ‘80 si ipotizzava un utilizzo “sociale” della rete. E questo in Italia, non su Marte!
Avevamo un’altra dimensione, più europea forse. No, non che oggi questa dimensione non c’è. Però è diverso… Aspetta!”

Scorre la cronologia che mi ha mostrato:

1989 Subito prima che nelle scuole e nelle università divampi il “movimento della Pantera”, vengono organizzati in modo sempre più frequente seminari (a Livorno al Gozzilla, a settembre al Leoncavallo di Milano, a settembre a Roma in case occupate di S. Lorenzo dove si discute della rete telematica E.C.N., a ottobre a Pisa (???) e a dicembre a Bologna (???) dove si propone la nascita di una Rete Telematica Alternativa. Durante questi incontri si confrontano due differenti modi di intendere la telematica: da una parte l’area E.C.N. che per il momento considera la telematica come semplice mezzo a disposizione del fare politico; dall’altra un’area più variegata (tra cui elementi di: Decoder, la futura Avana BBS di Roma, La Cayenna di Feltre, e altri) che intravede nella telematica stessa una nuova modalità rizomatica del comunicare e una nuova frontiera dell’agire umano.

“Nel 1989 discutevamo più o meno di questo, anche nella rete vedevamo un modo per agire in maniera nuova: identità collettive contro l’uomo forte. Un misto di reazione cosciente e riflesso condizionato.”
“Gli anni ‘80 erano finiti, era finita un’epoca. Tutti i partiti sono in difficoltà: spariscono, cambiano nome… Però c’è anche voglia di partecipare e, soprattutto nelle città, si cercano altri luoghi per farlo.

Gli sgomberi del Leoncavallo, 1989 e 1994, paradossalmente sono un gigantesco spot che fa conoscere a tutti delle realtà rimaste “sommerse” per quasi un decennio. Evidentemente in quell’Italia lì c’era bisogno di spazi, e la gente comincia a prenderseli.
Per suonare, per discutere, per fare quello di cui ha bisogno.”


"Quello che era stato “ghetto” per tutti gli anni ‘80 diventa un laboratorio sociale, e questi “laboratori” si diffondono sul territorio. Una pratica prettamente metropolitana, riappropiarsi di spazi abbandonati, diviene una pratica diffusa anche nella sterminata provincia italiana."


"I testi di molte canzoni parlano del sociale, e le radio, anche le grandi emittenti private, le trasmettono. Poi ci sono le radio dei compagni. Ma che so, per dire, anche radio 105 non ricordo quando, forse nei primi anni ‘90, aveva un programma dedicato alla musica indipendente italiana. C’era l’hip hop, sì. Ma c’era anche altro. In un certo senso da un lato cercavamo di “sprovincializzarci”, dall’altro stavamo piombando nel berlusconismo.”

Si interrompe, “La gente si prende gli spazi dicevo, e questi diventano laboratori. Non ragionavamo ancora da “sottocultura”, quello è successo dopo Genova. Erano spazi aperti, la gente si mescolava. Senti.”

“Ci trovavi di tutto lì dentro: dall’autonomo duro e puro a quello di Rifondazione, dall’anarchico a quello che veniva solo a sentire la musica e a pagare poco la birra.


No, no che non era tutto rose e fiori.


Ci furono anche gli scazzi, e pesi.
Dopo la carta di Milano un bordello che non ti dico.

Era un periodo “magmatico”, se è per questo lo è ancora, c’erano sì ricomposizioni, ma anche scissioni. Le tute bianche nascono in questo contesto qui.”


“Con le esperienze di guerriglia mediatica avevamo creato un cortocircuito nel sistema dei media. Ci chiedevamo se fosse possibile riprodurre quel cortocircuito a livello sociale. Eravamo convinti che ci fosse bisogno di un nuovo immaginario. Quello vecchio dello scontro a tutti i costi lo reputavamo perdente. Il mondo stava cambiando, pensavamo che anche il modo di fare la rivoluzione dovesse cambiare.
Le “tute bianche” non erano né una “avanguardia” del movimento né una “corrente” o una “frangia” di esso. La tuta bianca nacque come riferimento ironico agli spettri del conflitto urbano, poi divenne uno strumento, un simbolo e un’identità aperta a disposizione del movimento.

Chiunque poteva indossare una tuta bianca finché rispettava un certo stile. Una frase tipica era: “Indossiamo la tuta bianca perché altri la indossino. Indossiamo la tuta bianca per potercela un giorno togliere”, il che significa: “Non dovete arruolarvi in nessun esercito, la tuta bianca non è la nostra ‘divisa’, il dito indica la luna, e quando le moltitudini guarderanno la luna il dito svanirà.

Il nostro discorso è concreto, facciamo proposte pratiche: più persone le accetteranno e metteranno in pratica, meno importanti diventeremo noi”.

“La tuta bianca divenne anche un simbolo del nuovo lavoro postfordista: “flessibile”, precario, temporaneo… Quel lavoro a cui era impedito di godere dei propri diritti sociali e sindacali.
Di conseguenza, nel biennio 1997-98 alcuni compagni iniziarono a indossare la tuta bianca per occupare o presidiare agenzie di lavoro interinale. Accadde a Roma, Milano, Bologna e nel Nord-Est.”

“Indossavamo corpetti imbottiti, parastinchi, caschi, maschere antigas e scudi di plastica. Avanzavamo dietro barricate mobili fatte di camere d’aria gonfiate rivestite di plexyglass o gommapiuma. Spesso i giornalisti erano costretti a far notare che i manifestanti si erano limitati a camminare verso l’obiettivo, che non avevano tirato sassi o molotov, che nessuna vetrina era stata infranta… Tutto ciò attirava le simpatie di molte persone alla ricerca di un modo per contestare, ma che non avrebbero mai preso parte a scontri tradizionalmente intesi.
“Con quelle tute invadiamo centri di detenzione per migranti, supermercati, ageninzie interinali, campi dove si coltivano Ogm…

Ce le togliamo prima di Genova: sono diventate un tratto identitario, e noi nella moltitudine vogliamo perderci.”

“Ma quel discorso era ormai crollato. Il berlusconismo aveva vinto. Una data? Forse quel 20 luglio 2001 è il vero inizio del berlusconismo. In piazza Alimonda non muore solo Carlo, viene sconfitta l’unica opposizione in grado di contrapporre non solo dei corpi, ma una cultura, al berlusconismo. Era il trionfo dell’agire per sé e soltanto per sé, sull’agire collettivo.”

Si interrompe, mi ascolta, poi: “Certo che il movimento è stato contaminato dal berlusconismo. Tutto ne è stato contaminato. Negli ultimi dieci anni comportamenti che prima non erano accettati sono diventati normali. Hai visto certe assemblee? Sembrano combattimenti fra galli. L’individualismo ha fatto breccia dappertutto. E’ la cultura del capitale, non può non influenzarti.”

“Per il futuro dici? Secondo me bisogna riprovare ad agire collettivamente, a creare nuove identità multiple…”

lacarpa:

eat the rich

lacarpa:

eat the rich

(via ichhabenichts)

#OccupyApple in Paris

Pop Art meets our movement. Pay Lichtenstrike is an exploited employee of the culture industry, and he’s very angry.
And hungry.
Eat The Rich!

Pop Art meets our movement. Pay Lichtenstrike is an exploited employee of the culture industry, and he’s very angry.

And hungry.

Eat The Rich!

St.Eve Workers says: WRITE YOUR OWN FUTURE. Get ready to rebel and occupy the world

iPod? iPhone? iStruggle!

iPod? iPhone? iStruggle!

Check, check. This is Steve Workers speaking. Also known as the Faceless Voice of the Voiceless. Can you hear me? The job’s not over until there is a job!

Maybe you thought I was chilling on a Caribbean beach, sippin’ cocktails served by underpaied waiters, uh? AHAH! YOU WRONG YOU SONS OF A MACBOOK!

I’m in London, Ontario in solidarity with hundreds of workers who have been illegally locked out by Electro-Motive Diesel.
But I’m also in Ancona, where I saw the struggle of Fincantieri’s workers.
But I’m also in Faenza, in solidarity with workers of Omsa that could loose their job and their redundancy payments.

Never, never, NEVER forget the motto! Think different: billionaires are not on your side. Stay foolish: fight capitalism. Stay hungry: eat the rich.

This is Steve Workers speaking. I was, I am, I shall be!